
L’Istituto Germani da molti anni indaga attraverso i suoi osservatori e con un costante monitoraggio interdisciplinare, come le mafie condizionino i sistemi democratici occidentali; un focus di assoluta attualità e che, nonostante la realtà storica del fenomeno in Italia, viene poco dibattuto in ambiti di società civile, restando ancora strettamente contenuto al confronto tra addetti ai lavori e ambiti della sicurezza. Questo fa sì che, mentre gli operatori in prima linea nella guerra alle mafie abbiano una visione avanzata e completa del fenomeno, l’opinione pubblica italiana resti poco suscettibile al porsi domande che oggi sono estremamente strategiche, quali ad esempio: in che modo le mafie minacciano i processi democratici, italiani ed esteri? Quali sono gli obiettivi, quali le modalità, quali le difese messe in atto dal comparto sicurezza e quali i passi che la società tutta può compiere per aumentare l’awareness verso questa specifica minaccia?
Il 9 aprile 2026, l’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici ha organizzato il webinar “L’infiltrazione della ‘Ndrangheta in Sud America – Esperienze investigative a confronto tra Italia e Brasile” (qui il video integrale). Il webinar è stato dedicato all’analisi e all’approfondimento dell’infiltrazione della ‘ndrangheta in Sud America, con particolare riferimento, appunto, al Brasile.
Il webinar del 9 aprile, primo di una serie di appuntamenti che mirano ad approfondire le mafie come minaccia e strumento di attacco alla democrazia, ha quindi esposto il problema con specifica attenzione alla ‘ndrangheta quale esempio di criminalità organizzata transnazionale che spesso si intreccia a terrorismo e traffico di droga. L’intelligence italiana monitora le reti criminali transnazionali e riconosce in questa minaccia, la capacità di influenza su equilibri politici, sociali ed economici dello Stato. Il crimine organizzato è quindi, come sottolinea Luigi Sergio Germani, Direttore dell’Istituto Germani, un vero e proprio attore geopolitico: oggi la ‘ndrangheta è probabilmente la principale minaccia alla sicurezza nazionale italiana, non solo economica. Se l’intelligence nazionale nel corso degli anni ha monitorato in maniera sempre più completa e approfondita questo tipo di minaccia, non sono andati di pari passo i think tank nazionali e internazionali, che continuano a sottovalutarne la portata, trascurando una osservazione che potrebbe invece aiutare a comprendere ancora più a fondo non solo le reti di connessioni transnazionali ma anche lo sfruttamento o l’importazione di dinamiche locali in contesti stranieri, permettendo di comprendere, magari anche anticipare, trend e cambiamenti sociali legati al fenomeno.
Il webinar, presentato qui con un quadro di riferimento firmato dai relatori Francesco Fallica e Lao Petrilli, ha affrontato la realtà particolare e già monolitica della ‘ndrangheta in Brasile: si parla di una infiltrazione dell’organizzazione mafiosa calabrese in un contesto culturale che vede la presenza di 32 milioni circa di italo-emigrati di varia generazione. Qui, la ‘ndrangheta ha stretto legami molto forti con il PCC, il Primero Comando da Capital e con il Comando Vermelho, creando un sistema di “complementarità” strategica con le organizzazioni locali che ne accrescono forza e influenza, trasformando il Brasile in un hub centrale e nevralgico per la logistica del crimine nell’intero Sud America. Sono infatti i giganteschi porti commerciali e la posizione geografica del Brasile a renderlo uno degli snodi più importanti per il traffico di stupefacenti verso l’Europa, spiega il Colonnello Guido Iannelli della DIA.
Il rapporto con il PCC in particolare, si è evoluto nel corso di oltre un decennio nell’ottica di consolidare una joint venture criminale in cui la ‘ndrangheta ha fatto un vero e proprio lavoro di branding, mettendo sul piatto una “reputazione” di solidità e affidabilità nel traffico di droga che ha portato da contatti sporadici con il gruppo locale, all’organizzazione di una “filiera completa del narcotraffico” di cui beneficiano più realtà criminali. In contrasto con la situazione dell’impero del narcotraffico messicano, ancora oggi violentemente frammentato in baronie del potere fra cartelli, la partnership tra la ‘ndrangheta e il PCC emerge come una realtà di successo stabile che favorisce il mercato della droga. Come emerso durante il webinar, non di secondaria importanza è il fatto che al momento dell’arresto di Rocco Morabito, avvenuto in Brasile, questi conviveva con due esponenti della criminalità organizzata albanese: un dettaglio che conferma la funzione di gateway della ‘ndrangheta nel Paese per altri gruppi della CO europei, ponendosi come gestore di sinergie transnazionali che nel continente sudamericano sono ancora quasi inedite, proprio a causa delle fragilità e lotte intestine che i cartelli della droga non riescono a superare.
Non solo un lavoro di capitalizzazione e brand identity: la ‘ndrangheta ha anche implementato un vero e proprio sistema di welfare criminale interno, finalizzato alla formazione di alto livello dei suoi affiliati più giovani e promettenti. I ragazzi di strada che scalano il potere con la violenza restano un retaggio minore degli anni passati: la ‘ndrangheta oggi investe su studenti mandati nelle migliori università continentali a prendere lauree in legge o finanza, specificamente preparati sui nuovi mercati, sulle tecnologie, sui sistemi all’avanguardia che muovono il denaro. Operazioni come quella di Cleopatra hanno portato alla luce infatti una sofisticazione tecnologica sconcertante: non solo in termini di sistemi logistici per il camuffamento e il trasporto, che si affidano fortemente a conoscenze avanzate di chimica ad esempio, ma anche in termini di movimento del denaro. Le “Sintonie” in Brasile, cellule ibride della ‘ndrangheta e PCC, utilizzano ad esempio sistemi come criptovalute, blockchain, banche digitali, architetture di scommesse clandestine che permettono il lavaggio di somme enormi al di fuori dei radar tradizionali. Secondo Umberto Ramos, della Polizia Federale Brasiliana, il sistema è così forte, oliato e ben avviato che anche con i capi in carcere, il ricambio di persone e metodi è costante e quindi inarrestabile.
La necessità che emerge dalla discussione è che il contrasto da parte degli Stati non può essere più solo reattivo, ma anche predittivo. Questo è essenziale soprattutto in termini di finanza, ambito in cui strumenti particolari come la rete Operativa @ON (nata nel 2014 in Italia ad opera della DIA) e il progetto I-CAN (Interpol Cooperation Against ‘Ndrangheta) dell’Interpol finanziato dall’Italia dal 2020 o ancora gli Asset Recovery Office (ARO), permettono di colpire le strutture della mafia su scala globale. Ma vi è un ulteriore aspetto chiave nella ‘ndrangheta che necessita di estrema attenzione: la sua capacità di adattarsi reagendo, non attraverso il conflitto ma attraverso la cooperazione. La comunità italo-brasiliana citata prima, rappresenta per la ‘ndrangheta un “oceano umano” in cui mimetizzarsi e agire con cognizione, radicandosi attraverso lo sfruttamento della conoscenza e dei legami culturali, infiltrando i gangli economici locali, rafforzandosi all’interno di asimmetrie e buchi neri locali che permettono crescita e massimizzazione del profitto all’interno di una realtà già integrata ma non abbastanza protetta.