
di Matteo Galasso – Potrebbe essere l’anticipazione del finale di un’avvincente spy story ambientata nel periodo della guerra fredda con protagonisti che si muovono tra la Russia e l’Italia, in realtà è il titolo del libro di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio, edito da Mauro Pagliai Editore – novembre 2024.
Francesco Bigazzi, giornalista e saggista considerato uno dei massimi esperti italiani di storia e cultura russa, insieme a Dario Fertilio giornalista e scrittore, autore di saggi e romanzi, con questo libro offrono ai lettori l’opportunità di rileggere la vicenda del Piano Solo, modificando interpretazioni storiche consolidate e ribaltando la narrazione dominante.
Prima di addentrarci in alcune riflessioni sul libro, per meglio coglierne il senso più profondo, è necessario inquadrare brevemente le caratteristiche della Gladio Rossa.
Rocco Turi, nel suo libro “Gladio rossa. Una catena di complotti e delitti, dal dopoguerra al caso Moro” (1), nel parlare di questa struttura, afferma che “dal dopoguerra, la Gladio Rossa ha costituito il braccio clandestino del comunismo italiano più ortodosso e motivato dalla conquista del potere a ogni costo. Una organizzazione alla quale, dalla fine della Seconda guerra mondiale veniva attribuita la massima importanza per il successo dei comunisti nei Paesi occidentali”.
Una realtà, quella di “Gladio Rossa” (2), la cui esistenza è stata negata oltre che dai vertici del PCI, anche da buona parte della storiografia di sinistra, atteggiamento che ben faceva comprendere gli equilibri precari e i rischi latenti di quel periodo, sotto un profilo politico sociale.
Un contesto nel quale veniva peraltro a trovare parte delle sue motivazioni, la nascita della struttura “Gladio” (3) organizzata invece dai paesi occidentali intorno agli anni ’50, con un ruolo centrale di CIA e NATO, con uno scopo dichiarato di difesa esterna in caso di invasione sovietica o del Patto di Varsavia e, in contrapposizione rispetto all’apparato clandestino di “Gladio rossa”, con una precisa finalità di difesa interna di contrasto anticomunista, nell’eventualità di derive filosovietiche o di tentativi di presa del potere da parte del PCI.
Questo lo scenario nel quale si sviluppa la trama del libro di Bigazzi e Fertilio che, lasciandosi dietro il mainstream, sostengono che il presunto “Golpe nero”, orchestrato dal Comandante dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo e dall’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni, non è da considerare un tentativo autoritario di destra, ma va inquadrato, in un contesto internazionale più ampio, come piano di emergenza resosi necessario nel momento in cui si ebbe la percezione concreta di una minaccia: l’esistenza di una “Gladio Rossa”.
Il libro è strutturato in due parti, di cui la prima ricostruisce gli eventi cronologicamente, sia da un punto di vista fattuale che storico, mentre, la seconda, accompagna il lettore lungo gli scenari della guerra ibrida con un focus significativo sulla dezinformacija sovietica.
A sostegno di questa tesi, non interpretazioni personali bensì fonti desecretate, documenti estratti dal dossier Mitrokhin (che portava il nome dell’archivista russo Vasilij Mitrokhin e che diede il nome alla stessa Commissione parlamentare istituita nel 2002 per indagare su questa vicenda) contenente documenti segreti del KGB che rivelarono le attività di spionaggio, infiltrazione e finanziamento, nonché quelle misure attive quali la disinformazione, la propaganda e operazioni di influenza portate avanti dal KGB in Italia e in tutto l’Occidente per un lungo periodo.
La stessa introduzione di Mario Segni (figlio del Presidente della Repubblica Antonio Segni) diventa occasione di riscatto morale del padre, con un’analisi, in parte personale e in parte politica, che rafforza la tesi sostenuta dagli autori, presentando il loro lavoro come “un colpo fortissimo a questa scandalosa falsificazione,” protrattasi per un lunghissimo periodo.
La metafora del gioco del biliardo, utilizzata dagli autori, accompagna il lettore lungo tutta la prima parte del volume, curata da Dario Fertilio, che ripercorre gli eventi storici utili a ricostruire la vicenda del “Piano solo” partendo dal contesto politico del 1964, periodo in cui si viveva un clima di crisi del centro sinistra che, tra le pieghe di queste “debolezze” faceva intravedere e paventare i rischi reali di una possibile influenza sovietica.
A seguire, poi, la campagna scandalistica del 1967 sollevata da Lino Jannuzzi con il suo articolo sul settimanale l’Espresso dove si faceva riferimento a un presunto “golpe nero”, genera le dimissioni dell’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni, indebolendo fortemente i servizi segreti italiani, per giungere infine alle inchieste e indagini parlamentari che ne sono susseguite.
Un tavolo da biliardo, il suo panno verde dove sono disposte numerose palle numerate e di diversi colori.
Il colpo di avvio di uno dei giocatori che fa scompigliare il castello triangolare, ove inizialmente queste palle erano state geometricamente disposte, facendole allontanare l’una dall’altra e distribuendole su tutto il tavolo mentre, colpo dopo colpo, quasi tutte finiranno in buca uscendo di scena riducendo il numero dei protagonisti in campo.
Seguendo questa metafora del gioco e trasponendo questo scenario nel contesto politico sociale internazionale del tempo, secondo l’autore, il ruolo assunto dall’Unione sovietica è paragonabile a quello del giocatore che con il suo primo, unico colpo, cerca di distribuire le palle sul panno verde del biliardo, nella maniera più scomposta, con lo scopo di alimentare confusione e incertezza tra tutti coloro che prendono parte al gioco.
“Agente disinformatore”, così viene definito dagli autori il protagonista di questa prima mossa che, dopo il colpo iniziale, veste i panni di regista occulto e cerca di prolungare il più possibile la partita in modo da provocare il maggior danno possibile.
I primi passi del libro chiariscono il contesto nel quale ci troviamo precisando che “numerose sono le biglie che si vanno mescolando ai bordi del tavolo da biliardo , quelle dei servizi segreti occidentali, la CIA americana impegnata a evitare l’indebolimento dell’anello italiano nella catena dell’Alleanza atlantica, la biglia nera del sotto mondo neofascista che pensa concretamente alla realizzazione di un piano eversivo e, di contro , a questa speculare, la biglia neo comunista extraparlamentare ostile alla democrazia borghese, pronta a passare a azioni violente”.
In questo scenario, suggestivo sfondo lungo il quale si articola il lavoro di Bigazzi e Fertilio, si stagliano quindi, nitidi, i profili dei due principali protagonisti della vicenda.
Da una parte l’apparato anticomunista dello Stato con la figura del Generale Giovanni De Lorenzo e i suoi collegamenti con l’organizzazione paramilitare, denominata Gladio, e, dall’altra, la “Gladio Rossa” del PCI, speculare organizzazione paramilitare, eredità delle Brigate partigiane, mantenutasi in stand by ben oltre la Liberazione post 25 Aprile 1945.
Due strutture che ispirano la loro esistenza a un concetto di cosiddetta “doppia lealtà“, tra loro confliggente, che fa emergere le contraddizioni e le contrastanti interpretazioni che la vicenda del “Piano solo” si porta dietro.
È innegabile per gli autori il fatto che questo Piano non sia stato un vero e proprio Golpe attivo, ma la condizione che vedeva politici, militari o funzionari dei servizi segreti del tempo impegnati a mantenersi in equilibrio, se non addirittura a dover scegliere, tra due fedeltà tra loro conflittuali, la fedeltà alla Repubblica e la fedeltà alla alleanza atlantica e agli Stati Uniti che vedevano nel PCI la Quinta colonna sovietica da contenere e combattere.
Sull’altro fronte, altrettanto evidente, la presenza di un Partito comunista italiano che, dicendo di sostenere i principi democratici dello Stato, manteneva viva una struttura armata (con depositi di armi e militanti pronti a entrare in azione) che, secondo una comoda visione minimizzante di esponenti di sinistra, andava intesa come semplice “autodifesa” contro possibili minacce golpiste e neofasciste.
Altri, da una prospettiva diversa, descrivono invece quest’ultimo progetto come espressione di un piano più ampio orchestrato per prendere il potere in Italia.
La stessa Commissione Mitrokhin nel corso delle varie audizioni si è trovata di fronte a numerose posizioni controverse che hanno diviso politicamente la Commissione stessa.
Queste difficoltà di lettura e fluidità interpretativa dei fatti accaduti, anche laddove adeguatamente documentati, ci confermano come la storia della nostra Repubblica sia da sempre caratterizzata da logiche complottiste e misteri che trovano frequentemente risposte che risultano solo parzialmente convincenti in un Paese che, sostenendo i principi democratici del pluralismo politico interno, ha fatto e continua a fare spesso fatica cercando di conciliare la propria sovranità nazionale con gli obblighi derivanti da alleanze internazionali.
Nel sostenere la tesi di un Piano Solo, non come episodio isolato ma come un tassello di una vera e propria guerra ibrida, Bigazzi e Fertilio hanno consentito al loro libro ottenere una credibilità storica e autorevolezza, arricchendolo con una puntuale descrizione dei fatti, mettendo a disposizione i contenuti di documenti desecretati e gli esiti della Commissione Mitrokhin e alla fine posando sul tavolo il loro asso nella manica.
La testimonianza rilasciata personalmente, a Mosca, a Francesco Bigazzi, da parte di Kolosov che ammise (senza mai smentire) di aver contribuito a passare al settimanale l’Espresso informazioni manipolate, rappresenta, come fonte diretta, la prova provata, chiave di lettura di quanto accaduto, trasformando in “una delle più grandi fake news del dopo guerra” la tesi sostenuta dalla narrazione più diffusa.
Provocazione “scomoda” o opportunità?
Storicamente, la possibilità di rileggere certe vicende a distanza di tempo, senza trovarvisi emotivamente coinvolti e con nuovi elementi, offre al lettore l’occasione di tracciare nuovi scenari con quella onestà intellettuale necessaria che consente un rigoroso “ricalcolo storico di percorso”, inquadrando adeguatamente ruoli e responsabilità dei protagonisti, collocandoli nei posti di loro effettiva spettanza.
Il dibattito sul tema rimane sempre aperto mentre i fatti addotti e le relative conclusioni fondati non su posizioni preconcette ma su una dettagliata documentazione, a margine del tema principale, ci inducono comunque a riflettere su quegli angoli bui della nostra Repubblica (forse volutamente fino a ora inesplorati) con i tanti suoi misteri ancora irrisolti, popolati non solo dai protagonisti della strategia della tensione ma indirizzati anche dalla rossa mano moscovita.
“Il contesto storico nel quale viene messo in atto il Piano Solo fa da cornice, addirittura favorisce quella che potremmo definire la comparsa, nella guerra di spie, di una nuova forma di “dezinformatcija” molto insidiosa, perché globale”.
Così inizia il primo capitolo della seconda parte del volume, curata da Francesco Bigazzi, che fa chiaro riferimento proprio alla disinformazione, cui si è già accennato ma che, ci preme ripetere, nell’ambito della vicenda del Piano Solo, tassello di una guerra non convenzionale, ha rappresentato una vera e propria arma, di potenza e capacità di penetrazione pari o forse superiore a quelle proprie delle strutture militari tradizionali.
Proprio la dezinformatcija, in questa seconda parte, rappresenta la vera protagonista dell’analisi di Francesco Bigazzi, non come attività di semplice propaganda, ma tecnica raffinata, finalizzata a creare caos, sfiducia nelle istituzioni, lavorando tra le pieghe delle stesse divisioni politiche interne agli Stati occidentali, utilizzando, quali intermediari, giornalisti, politici, o altri personaggi talvolta inconsapevoli.
La dezinformatcija è la chiave di lettura di questa seconda parte del libro e lo confermano le testimonianze documentali, rilasciate dal colonnello Kolosov, ufficiale del KGB che operò sotto copertura giornalistica anche in Italia, essendo proprio lui l’artefice principale di queste operazioni di manipolazione dell’informazione e propaganda attiva.
Molti gli spunti offerti dal libro che esorbitano la ricostruzione stessa del tema del Piano solo e che, nella loro attualità e rilevanza politica, meritano di essere ulteriormente approfonditi e dovrebbero essere di monito per il futuro, nella gestione di fasi delicate che si possono presentare in uno Stato.
La disinformazione, il tentativo di delegittimazione di apparati dello Stato e in particolare di quelle istituzioni preposte alla sua sicurezza, l’incapacità, spesso mancanza di volontà in malafede, di una analisi prospettica in base a situazioni contingenti, possono aprire la porta a fasi di grave instabilità destinate a ripetersi nel tempo.
I fatti verificatisi in Italia successivamente a questa fase, la strategia della tensione e gli anni bui del terrorismo possono rappresentarne la conferma.
Dalla vicenda del Piano Solo, i Servizi Segreti italiani (SIFAR) uscirono, secondo Bigazzi e Fertilio profondamente delegittimati, “sconquassati dalle polemiche e additati al pubblico sospetto, hanno subito un tale colpo devastante da non riuscire più in seguito a fronteggiare adeguatamente i movimenti eversivi già in incubazione, e destinati a esplodere negli anni di piombo. Proprio l’obiettivo che gli ideatori del Golpe rosso, con ogni probabilità, si erano proposti fin dall’inizio di ottenere “
Superando ogni posizione ideologica preconcetta, che non fa mai bene al dibattito né tantomeno alla democrazia, il libro di Bigazzi e Fertilio “Il Piano solo, Golpe si, ma rosso”, oltre a offrirci una diversa lettura di quel periodo, ha sicuramente l’innegabile merito di sensibilizzare il lettore verso un atteggiamento intellettualmente onesto e responsabile.
Soffermarsi a riflettere sul ruolo dei Servizi Segreti in uno Stato democratico, sul potere e pericoli potenziali della propaganda e delle interferenze di paesi esteri nella politica interna attraverso misure attive di dezinformatcija, avvertire la necessità di provvedere a una costante verifica e aggiornamento della memoria storica di fatti accaduti, attraverso una sua rilettura sulla base di nuove fonti, rappresentano alcuni dei temi più importanti e impegni prioritari cui dedicare attenzione, a garanzia e tutela del nostro ordinamento , oltre al rispetto della verità storica dei fatti.
*** Matteo Galasso è laureando in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Siena
NOTE
(1) Rocco Turi, “Gladio rossa. Una catena di complotti e delitti, dal dopoguerra al caso Moro” – Editore Marsilio – 24 marzo 2004
(2) Il termine “Gladio rossa” è di uso prettamente giornalistico e proviene dall’articolo apparso sul settimanale L’Europeo nr. 22 del 31 Maggio1991 di Romano Cantore e Vittorio Scutti, dal titolo “Di Gladio ne esisteva un’altra: quella rossa”. All’interno del Partito comunista, questa struttura, veniva gestita in maniera estremamente riservata e non esisteva una locuzione precisa per definirla. Venivano usati, il più delle volte, termini generici, che potremmo definire “neutri”, propri di una burocrazia di partito, quali “apparato” o “apparato di riserva”, “reti di ex partigiani”, “vigilanza rivoluzionaria” “nuclei di pronto intervento”. A tal proposito, le fonti più dirette di cui si dispone, le troviamo nelle Relazioni di Pietro Secchia (Dirigente del PCI) del dicembre 1947 (pubblicate in parte in raccolte curate da Silvio Pons e Francesca Gori) durante un incontro a Mosca con i Dirigenti del PCUS, dove, illustrando la situazione italiana, evidenzia il ruolo dell’ ”Ufficio Organizzazione” e fa riferimento a “strutture di riserva legate a ex partigiani”.
L’Archivio Pietro Secchia (ufficialmente definito Fondo Pietro Secchia), conservato presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, parla di “apparato”, “gestione di ex partigiani”, “consegna di armi non consegnate dopo la Liberazione”, e rappresenta la fonte più autorevole cui fare riferimento per chiarire come all’interno del Partito comunista veniva definita quella che giornalisticamente è individuata come “Gladio Rossa.
Al concetto di “apparato”, sempre riconducibile alla figura di Pietro Secchia, fa riferimento anche la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia – Ufficio di Presidenza allargato- , nel resoconto stenografico del 22 aprile 1998 (pag.22) ripreso da Victor Zalavsky nel suo libro “Lo stalinismo e la sinistra italiana” edito da “Le Scie Mondadori” – marzo 2004.
(3) Il nome ufficiale di questa struttura era “Stay Behind” il cui significato è “stare dietro” le linee nemiche. La sua esistenza fu rivelata da Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio dei ministri, in una relazione inviata il 18 ottobre 1990 alla Commissione stragi e il 24 ottobre 1990 intervenendo alla Camera dei deputati, definendola “struttura di informazione, risposta e salvaguardia “
Link dei testi citati:
• Francesco Bigazzi e Dario Fertilio, “Il Piano Solo, Golpe si, ma rosso“– Mauro Pagliai Editore – novembre 2024
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• Rocco Turi, “Gladio rossa. Una catena di complotti e delitti, dal dopoguerra al caso Moro” – Gli Specchi di Marsilio – 24 marzo 2004 https://amzn.eu/d/04LYXZPi
• Victor Zalavsky “Lo stalinismo e la sinistra italiana”, Le Scie Mondadori – 2 Marzo 2004.
https://amzn.eu/d/00a0nVRB

Il Piano Solo. Golpe sì, ma rosso.
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Recensione – Il Piano Solo. Golpe sì, ma rosso
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