Pt. 2 – La comunicazione come arma cognitiva nelle strategie di potere globale

di Massimo OrtolaniParte seconda: informazione e conflitti ibridi.
Nell’ esaminare il ruolo dell’informazione nei conflitti ibridi fra potenze incentrati sulla dimensione economico-finanziaria, un’ utile esemplificazione è rinvenibile nelle recenti posture protezionistiche della presidenza Trump, strategicamente incentrate sul contenuto coercitivo dell’informazione espresso dalle norme: in questa circostanza, anche le modalità di comunicazione del contenuto delle norme hanno contribuito ad accrescerne l’impatto psicologico. Trattasi di modalità espressive di una accentuata volontà di indipendenza di una nazione, assertivamente intenzionata a riaffermare il suo primato di potenza su scala globale. E significative in tal senso sono state per l’appunto le iperbole linguistiche utilizzate da Trump con il riferimento al “vittimismo” per sottolineare, nel discorso del Liberation Day, come “per decenni Paesi sia amici che nemici hanno derubato gli Stati Uniti”.

In proposito, la rappresentanza negoziale della UE nel successivo incontro non ha colto l’opportunità di controbattere subito tale asserzione, poiché una negoziazione commerciale si vince o si perde anche sulla base del contesto discorsivo, e non solo su quello normativo. In tal caso si è probabilmente compresa con ritardo la vera natura dell’informazione contenuta nei messaggi verbali e nelle norme tariffarie emerse durante la negoziazione, ovvero che il presidente USA si serve dei dazi per raggiungere obiettivi non solo commerciali, ma di politica estera. Come ha poi dovuto ammettere il negoziatore della UE:(1) “bisognava cedere sui dazi affinchè gli USA continuassero a garantire la sicurezza europea”.(2)

Questo esempio ha il pregio di sottolineare come il ricorso alle normativa, sia nazionale che internazionale, costituisce attualmente per ciascuna nazione uno strumentazione indispensabile per l’ideazione ed attuazione delle molteplici strategie di competizione fra potenze, operabili nel contesto di conflitti geoeconomici(3) di natura economico-finanziaria, e declinabili tanto nella modalità offensiva che in quella difensiva della sicurezza nazionale. Ed evidenzia anche come l’arma normativa, strategicamente utilizzata dal competitor first mover, accresca la percezione del costo della competizione di potenza in nazioni target non dotate di idonea capacità di contropartita. Inoltre gli USA, con l’applicazione di dazi puntivi del 50% all’India, per non avere accettato di interrompere l’acquisto di petrolio dalla Russia, oltre a mettere a rischio le proprie ingenti forniture di armi a Delhi, l’hanno indotta a varare misure di sostegno ai suoi esportatori. Ma soprattutto stanno creando le condizioni per una maggiore polarizzazione della competizione geopolitica all’interno – ad es.- di paesi come quelli del gruppo Brics+ o dell’alleanza dello SCO, cui aderisce un paese non amico di Delhi come il Pakistan, e che sembrerebbe quindi ridurre le chance di successo al potere dissuasivo di queste tariffe del 50% declinate in chiave geopolitica. Per converso Modi deve inoltre considerare che la connessa riduzione dell’export di prodotti agricoli indiani finirà per colpire il vasto consenso elettorale di cui gode proprio nelle aree agricole.

Per quanto concerne invece le tariffe doganali riservate alla UE, se da una parte possono apparire diplomaticamente irrispettose della vigente e consolidata alleanza di natura geopolitica e militare tra paesi membri dell’ ”Occidente”, dall’altra è stato però osservato(4)  che i dazi medi applicati al 15% sono probabilmente il livello ottimale ai fini della massimizzazione del benessere economico degli USA, in quanto applicati da un importatore quasi monopsonista e che non teme rappresaglie. Un primo messaggio sotteso di tale accordo – seppur ancora in via di messa a punto finale – è quello di un implicito incitamento della UE a predisporre un fine tuning delle proprie relazioni commerciali internazionali al fine di rimodularle in una ottica di scenari predittivi, e non solo di riorientamento commerciale, in tempi di turbolenze geopolitiche come quelle attuali.

Nella previsione del verosimile perdurare delle guerre ibride, assume quindi importanza strategica la sottoscrizione di Free Trade Agreements, in quanto strumenti istituzionali idonei a ridurre i rischi prospettici di natura sia geoeconomica che geopolitica. Per la UE si pensi a quelli con la Cina e con l’India, non ancora conclusi, e a quello Mercosur, non ancora vigente. Ma un secondo e ben più importante contenuto informativo, per l’analisi delle relazioni economico-finanziarie della UE con gli USA, è quello che discende dalla constatazione che il potere coercitivo statunitense deriva dalla sua posizione non solo di quasi monopsonio per il nostro export, ma invece di quasi monopolio nella creazione delle sue nuove fabbriche generatrici di algoritmi (ovvero della manifattura del futuro). Con la necessità, quindi, che la UE si proietti maggiormente e più celermente verso una politica industriale che privilegi il digitale e la sua diffusione, in particolare all’interno di quei settori di produzione di prodotti e servizi strategici in grado di renderla – se non indipendente – fortemente interdipendente nelle filiere internazionali della manifattura del futuro.

Inoltre, con l’arrivo di Trump alla presidenza, il conflitto ibrido sembra essersi avvalso anche di una maggiore selezione chirurgica degli impatti strategici realizzabili con le norme. Si è infatti assistito, per parte americana all’embargo esportativo di alcune tipologie di chips avanzati al Dragone e, da parte di questo ultimo, alla limitazione all’export negli USA di specifiche terre rare. Mentre con le regole del FEOC (Foreign Entity of Concern) vengono esclusi dagli incentivi fiscali del governo USA i progetti controllati od in relazione commerciale con determinate entità estere. Nella stessa direzione risultano da tempo operare anche altri strumenti tipici dei conflitti ibridi, vale a dire la normativa sanzionatoria e la politica monetaria. Nel caso delle sanzioni la cronaca delle applicazioni segnalano evidenti asimmetrie di impatto tra i risultati attesi e quelli effettivi. Se è vero, infatti, che i connessi vantaggi sono associabili ai poteri di extraterritorialità delle norme, per converso non si riesce troppo spesso a limitarne in modo soddisfacente le azioni di violazione, elusione, indebolimento.(5) Il fattore di potenza della nazione che le applica, in tal caso dipendende massimamente dalle proprie capacità di raccolta ed analisi delle info di Intelligence al fine di ridurre per quanto possibile tale asimmetria.

Per ciò che concerne, invece, la guerra ibrida di natura economico-finanziaria, va detto che il dollaro da tempo sta subendo l’attacco operato dai paesi Brics+, nel tentativo di fronteggiare il potere politico della valuta di riserva globale, espresso da un cambio storicamente sostenuto da afflussi dall’estero per investimenti di natura finanziaria.(6) In tale contesto di competizione valutaria, è bene ricordare che gli acquisti di Treasury Bills da parte della Cina rispondevano astutamente anche all’esigenza di evitare che lo yuan si rafforzasse, a motivo degli ingenti surplus commerciali cinesi. Ma, con l’approvazione del Genius Act di regolazione delle stablecoin sul dollaro, gli USA hanno inteso mirare al raggiungimento simultaneo di due obiettivi geoeconomici della politica monetaria: sia difensivo del USD, che limitativo dell’espansione di altre valute. Tanto che una esponente della BCE ha espresso grande preoccupazione nel caso in cui le stablecoin in USD fossero ampiamente utilizzate nell’area dell’Euro, quando è invece necessario accrescere lo status globale dell’Euro per perseguire l’autonomia nei settori europei considerati strategici. Preoccupazione dovuta al fatto che gli USA potrebbero avvalersi di fattori strutturali e tecnologici che consentirebbero loro di esportarle in altre giurisdizioni. Il riferimento è naturalmente all’utilizzo potenziale che ne potrebbero fare grandi banche americane, e soprattutto le Bigh Tech, (vedi la prima parte dell’articolo) ovvero J. V. societarie tra tali due gruppi di entità, dotate di capacità di intervento geoeconomico su scala globale.

Ma il futuro delle stablecoin è ancora del tutto incerto, poiché già si evidenziano carenze di natura istituzionale o di previsione prospettica nel progetto Genius,(7) per non avere impedito, alle società emittenti le stablecoin, forti garanzie di capitale e liquidità, o non avere arginato fonti di vulnerabilità finanziaria potenziale,(8) come quella connessa ad investimenti delle loro riserve in asset più rischiosi del Treasury Bills. Con questo quadro regolatorio, ed a fronte di una esplosione prospettica delle stablecoin affidate al settore privato, a parere di chi scrive il fattore di maggior rischio sul piano macroeconomico potrebbe concretizzarsi in una presumibile tensione, se non interferenza, con la funzione di reazione della FED,(9) ai fini della gestione del tasso di cambio e del livello dei tassi di interesse; a meno che nel frattempo anche la banca centrale americana non passi sotto il controllo politico diretto della presidenza. In ogni caso un impatto geostrategico positivo delle stablecoin sarebbe per gli USA quello di potere alimentare per questa via una forma di patriottismo incentrato sul sostegno al dollaro, con modalità di narrazione implicita, per così dire assimilabile a quelle proprie del soft-power.

Quello di un soft-power a valenza geostrategica è un ambito in cui anche la UE potrebbe e dovrebbe attivarsi sul piano della comunicazione. Ma con campagne mirate a narrazione rivolta in primis ai sui 27 Stati membri, al fine di rendere diffusamente percepibili opportunità e benefici della costruende misure volte all’eliminazione dei cosiddetti “dazi interni” al mercato europeo, rafforzandone al tempo stesso la vocazione all’ autonomia strategica ed alla stabilità. Per lo meno sino a quando non avrà raggiunto un sufficiente livello di deterrenza geopolitica, liberandosi dalla regola del veto e, come autorevolmente già indicato, dotandosi adeguatamente di tecnologie “dirompenti”. Un’azione di comunicazione quindi che, per l’impossibilità di presentarsi oggi sul proscenio globale come potenza geopolitica, a motivo dei vincoli inerenti la sua costituzione materiale (in primis i trattati), avrebbe comunque il grande pregio di rafforzare significativamente attrattività geoeconomica e fiducia nella UE. Che oggi, con il PIL superiore a quello della Cina e il maggior numero di accordi commerciali sottoscritti, può comunque presentarsi come un pilastro di stabilità e come un’oasi liberale, in un mondo sempre più incerto ed affollato da autoritarismi e democrazie illiberali.

Massimo Ortolani è economista, consulente internazionale per la UE e docente di master universitari, con focus sull’intelligence economico-finanziaria, geopolitica e rischi alla sicurezza nazionale

NOTE

1) Si veda Sergio Fabbrini, “Le cause politiche della capitolazione europea sui dazi”, in Il Sole 24 Ore, 03.08.2025

2) Situazione del tutto in linea con quanto teorizzato in un suo report nel 2024, dal presidente del consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca, S. Miran, dove sosteneva che minacciare dazi punitivi sarebbe servito ad accordi che legassero la copertura militare USA all’acquisto di Treasury bills a lungo termine. Si veda I dazi primo step della strategia Bond a 100 anni per il debito Usa| Il Sole 24 Ore

3) Massimo Ortolani, Intelligence Economica e Conflitto Geoeconomico, edizioni GoWare, 2021

4) Per una istruttiva descrizione del calcolo delle tariffe doganali ottimali si veda: L’Ue può ancora contenere l’impatto dei dazi con riallocazioni e mercato unico. Scrive Scandizzo – Formiche.net

5) Si veda La regola del “massimo impegno” nell’ambito delle sanzioni nei confronti della Russia e della Bielorussia | Unione Europea

6) Su questo specifico aspetto si ha motivo di dissentire dalla posizione del consigliere economico S Miran, laddove sostiene che la limitazione delle importazioni dovuta ai dazi generi minore domanda internazionale del dollaro, che a sua volta si rifletterebbe in una strisciante svalutazione. Poiché ad oggi le statistiche mostrano invece deflussi di dollari spiegati da disinvestimenti di capitali finanziari, molto probabilmente spiegati dall’ incertezza associata alla politica delle tariffe.

7) Si veda in particolare Le crisi crypto stanno arrivando | Project Syndicate

8) Così come il fatto che il Clarity Act abbia tolto alla SEC le competenze di controllo sugli asset digitali per affidarle alla Commodity Futures Trading Commission, da taluni ritenuta più lassista della SEC. Si veda: P. Soldavini, “Stablecoin, dall’Asia all’Europa la rincorsa degli USA è partita” di in Il Sole 24 Ore, 28.08.2025

9) Stablecoin: il Governatore della Bank of England lancia l’allarme | Cryptonomist

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